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Crisi economica: Italia come Cipro, ecco perchè!

banca_cipro1 La Grecia fa paura all’Italia, anzi, ci ha fatto paura fino a poco tempo fa, perché adesso a spostare l’attenzione dalla nazione ellenica ci pensa Cipro, un’isoletta del Mediterraneo che quasi in sordina sta esplodendo, finanziariamente parlando, insieme alla rabbia dei suoi abitanti che si sono ritrovati dalla sera alla mattina i loro risparmi incastrati in banca senza la possibilità, per molti, visto che qualcuno è già riuscito a mettere in salvo i propri averi, di poterli prelevare neanche al bancomat. Ma la domanda è, perché Grecia e Cipro, ma ci metterei anche Spagna e Portogallo, ci fanno paura e non abbiamo paura di noi stessi? Perché nessuno ci dice che se a noi italiani ci va di lusso, potremo magari non perdere tutti i nostri risparmi rischiando il congelamento, ma potremmo sottostare a quel prelievo forzoso che i correntisti di Cipro stanno rischiando di sperimentare sulla loro pelle costituito da una tassazione del 6,75% sui depositi entro i 100 mila euro e fino al 9,9 per cento oltre questa soglia. Questo dovrebbe fruttare 5,8 miliardi in cambio di un salvataggio  da 10 miliardi da parte dei paesi europei. Perché Cipro si e noi no? Non siamo indebitati anche noi, forse? Non abbiamo il debito pubblico più alto del mondo o quasi, non abbiamo un Pil in negativo e una recessione fortissima entro la quale stiamo vivendo i nostri giorni sull’orlo di una crisi che ci sta schiantando? Qualche giorno fa la Confesercenti ha pubblicato la sua analisi impietosa sulle condizioni degli italiani, stigmatizzando il triste dato secondo il quale quattro italiani su dieci non arrivano a fine mese, sottolineando il dato secondo il quale su dieci italiani, almeno otto stanno soffrendo la crisi in maniera drammatica, col risultato che quasi nove italiani su dieci hanno dovuto ridurre drasticamente le spese, al punto che se nel 2010 più di sette italiani su dieci riuscivano, bene o male, a sostenere le spese per tutto il mese, quest’anno ci riescono meno di sei italiani su dieci. Si potrebbe dire altro sullo stato in cui versano gli italiani, ma ci fermiamo qui. Vediamo invece ciò che è emerso dall’Unioncamere. Secondo Unioncamere sono mille le imprese italiane che chiudono ogni giorno. Ma perché chiudono le imprese italiane? Non soltanto per la crisi e per la stretta ai consumi, come visto appena sopra, ma perché la tassazione in Italia è selvaggia, al punto che, se le stesse imprese invece che sul territorio italiano insistessero su quello, ad esempio tedesco o belga o in qualsiasi altro Stato del Nord Europa, le stesse nostre imprese sarebbero fiorenti o per lo meno paragonabili al modello degli altri Paesi evoluti dell’Unione Europea. Ma la domanda iniziale era, perché dobbiamo aver paura di Cipro, ovvero, perché in Italia potrebbe accadere ciò che sta accadendo a Cipro? Perché lo Stato italiano è in fallimento. Una parola grossa che sembrerebbe persino esagerata, ma per dare il senso alle parole vediamo cos’è il fallimento per un’azienda.  Il fallimento è una procedura concorsuale che ha come scopo quello di soddisfare coattivamente le ragioni dei creditori, posti in condizione di parità reciproca (par condicio creditorum), mediante la messa in liquidazione delle attività esistenti nel patrimonio dell’imprenditore insolvente. Pensate che lo Stato italiano non sia in una condizione fallimentare? Avete ancora qualche dubbio? Ebbene solo questi dati potranno chiarirci le idee. Il debito che ha lo Stato nei confronti delle imprese private ammonta a 70 miliardi di euro, se a questo si aggiunge il debito degli Enti Locali, tale esposizione debitoria giunge a 140 miliardi di euro. Lo Stato italiano non riesce a far fronte a tale mole di debito, lo dimostra il fatto che come farebbe un comune mortale stretto nelle maglie dei debiti, tenta disperatamente di dilazionare l’esposizione debitoria con un gesto di buona volontà, proprio come sta facendo lo Stato italiano, il quale, mediante procedure straordinarie sta cercando in qualche modo di ripianare le proprie passività, come? Intervenendo solo su una parte risibile dell’intero ammontare, ovvero, con soli 3 milioni di euro. E il resto? Se consideriamo che non è possibile generare nuove entrate con nuove tasse, visto che nessuno potrà più pagarle ed è costretto  a chiudere la propria impresa, la domanda nasce spontanea. Vuoi vedere che per sanare i debiti si sarà costretti a ripiegare su un prelievo forzoso dei risparmi degli italiani depositati nelle banche, sul modello cipriota?      
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