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Pressione alta? Forse mangi troppe patate

patate

 

Patate lesse, patatine fritte, purè di patate, gratin di patate e chi più ne ha più ne metta. Che le patate facciano gola agli italiani non è un mistero, forse è meno noto il fatto che l’eccesso di patate nella nostra dieta fa male, molto male, al punto da farci andare incontro, nel tempo, a gravi problemi di natura cardiovascolare e non solo.

A giungere a questi risultati è stato un team di ricercatori del Brigham and Women Hospital e dai colleghi della Harvard Medical School, i cui risultati dello studio sono stati pubblicati sul British Medical Journal. Il lavoro scientifico consisteva nel sottoporre 187.000 partecipanti di entrambi i sessi ad una dieta mista in larga misura prevista con patate, secondo quelle che sono le abitudini alimentari degli americani. I diversi studi sono andati avanti per 20 anni. Le conclusioni cui si è giunti sono così riassunti: quattro o più porzioni di patate a settimana potrebbero essere già sufficienti per correre il rischio di ipertensione, il consumo di patatine fritte se eccessivo aprirebbe la strada in entrambi i sessi al rischio di ipertensione arteriosa. Il rischio di incorrere in malattie cardiovascolari a causa delle patate è racchiuso tutto negli ingredienti della patata, ovvero negli amidi che la compongono che ne fanno un vegetale ad alto indice glicemico.

Ma sarà veramente così?

Neanche il pensiero scientifico è del tutto in linea con questi studi, perché se è vero che la patata ha un alto indice glicemico è anche vero che bisogna pure stabilire come questa venga cucinata, non a caso gli studi sono quasi tutti d’oltreoceano, dove il ricorso a spezie, sale, grassi e aromi vari è tale che qualsiasi alimento se consumato in modo eccessivo farebbe male alla salute.

In un editoriale collegato, ad esempio, i ricercatori della University of New South Wales sostengono che, anche se la dieta ha un ruolo importante da svolgere nella prevenzione e gestione precoce dell’ipertensione, il comportamento alimentare e modelli di consumo complessi sono difficili da misurare. “Continueremo a fare affidamento su studi prospettici – concludono i ricercatori – ma quelli che esaminano le associazioni tra i vari modelli alimentari e il rischio di malattia possono fornire spunti più utili di un focus sui singoli alimenti o sulle sostanze nutritive”.

Giuliano


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